di Alessandro Carènzan :PENSIERI, UN PO' EMOZIONATI, SU ZEMAN (esulano dall'attualità, anzi guardano un po' al passato, per quanto recente, ma per chi volesse perderci qualche minuto...emozioni, sensazioni, sentimenti dall'attimo e dell'istante)
Quella di Zdenek Zeman sembra una favola, una favola moderna, targata ventunesimo secolo ed invece è la conferma di una verità storica, che non tramonta mai, che attraversa mari, monti e valli e alla fine vince. Anzi stravince! Perché se nella vita ci metti talento,se ci metti passione e competenza, se ci metti cuore e vigore, puoi pure prendere degli schiaffi ma poi la verità viene emerge sempre e restituisce ai giusti quel che gli spetta.
Così è stato per Zeman, uomo giusto, questo boemo dagli occhi di ghiaccio e dal cuore caldo come un tizzone ardente, che crede in quello che fa così tenacemente che non si ferma neanche se si trova davanti ad un muro alto come una montagna: cade una, cade due, cade tre volte e si rialza sempre e va sempre avanti sempre, più avanti e altrove e altrove e più lontano...finché non colpisce nel segno, perché lui, checché se ne dica, è un vincitore nato. Vince anche quando i numeri e le statistiche dicono tutto il contrario, vince perchè la sua idea di gioco, vince perchè non bara e non baratta, vince il suo lavoro e la sua passione, vince perchè la sua idea non è un'idea come un'altra ed è invincibile. La sua idea ha un nome e un'identità precisi: Zemanlandia! E non solo sul campo, ma anche nella vita, perché lui è convinto, e se non è il solo poco ci manca, che se hai giocato bene e hai divertito il pubblico, anche se la partita, 'quella' partita, l'hai persa, vincerai le altre. Vincerai, soprattutto, quelle della vita, quelle che contano di più, che contano davvero, perché restano, perchè non svaniscono mai, perchè rivelano quello che sei, la tua identità, la tua lealtà, la tua verità.
E Zeman, quasi al termine della sua lunga, tormentata carriera, la sua partita l'ha vinta, giungendo al suo traguardo più bello, conquistato con la sua squadra forse più bella, che ha praticato il suo gioco più bello: il Pescara, quel Pescara dei 'ragazzini', che nessuno, proprio nessuno, alla vigilia pronosticava tra i favoriti di un anonimo, per me, (che ho seguito solo perchè lui era fra i suoi protagonisti) campionato cadetto.
Lo intervistarono, alla fine dell'ultima partita di campionato, aveva una faccia segnata, anzi solcata dalle rughe: ed ogni ruga era, ed è, una vittoria e quell'ultima contro la Nocerina consacrava come vincitore, giusto sul filo di lana, il suo Pescara sul fortissimo e favorito Torino di Ventura.
Faccia solcata dalle rughe ho detto, ed ogni riga era una vittoria proprio come ogni cicatrice, canta Jovanotti, è un autografo di Dio. Ed io che ne ho una di oltre 100 punti sull'addome, in Dio non ci credo, ma nelle vittorie di Zeman sì, con tutto me stesso!
E' il destino dei 'diversi' e chi lo è più di Zeman: diverso per il suo modo di allenare, diverso per il suo modo di vivere la panchina, diverso per il suo modo di pensare e, soprattutto, diverso per il suo modo di parlare, di dire quello che pensa, nel bene e ancor di più nel male. Pur sapendo che questo potrebbe rovinargli la carriera e la vita, perché lottare da solo contro i giganti - Davide che sconfigge Golia non fa testo - la vita prima o poi te la rovina. E spesso senza possibilità di ritorno. Com'è stato fino a ieri, anzi, ieri l'altro, anche per lui, che dopo quella fatidica estate del '98, quando denunciò 'l'abuso di farmaci nel calcio', sollevando un vespaio senza fine (Guariniello e i suoi chirurgici processi, per lo più finiti in prescrizione, come accade spesso in Italia se i processi riguardano 'certi' personaggi, non solo del calcio e nel calcio!). Sollevando, soprattutto, l'ira funesta di quel tale Moggi, originariamente ferroviere da Monticiano, e di quella Juventus Signora di Torino, ovvero del re e della regina del calcio italiano d'allora.
Risultato? Zeman sbattuto via dal calcio vero come un fallito, Zeman che va ad allenare dove può, perfino in C, perché lui non ne può farne a meno, perchè il prato verde è la sua vita, Zeman a spasso, che non sa come passare le domeniche, Zeman che soffre in silenzio e parla solo al processo di 'Calciopoli' con quella sua voce spezzata, quelle sue pause, quel suo ghigno beffardo: gli avvocati di Moggi e Giraudo lo tempestano di domande ma lui non batte ciglio, risponde freddo e glaciale ma ogni parola che dice è una freccia al curaro, un fendente affilato che fa male e taglia netto. E così cresce a dismisura l'odio dell'ex d.g juventino per questo 'uomo venuto dall'Est', che ha le sue idee fisse, i suoi principi, e si batte per essi e non deflette mai, impavido e orgoglioso. Lui lo sa, lo sa bene che attaccare i cosiddetti metodi della Juve e del suo mentore è rischioso ma va avanti e non si ferma, perché se il calcio, che è la vita sua, il suo amore e i suo destino, è in pericolo e lui può fare qualcosa per salvarlo, lui non esita un istante e si butta a capofitto nell'impresa e nella lotta. Mi ricorda il 'buon combattimento' di cui parla San Paolo Apostolo (riesce persino a farmi riferire al Vangelo, ateo radicale come sono!), ossia il dovere di dar senso all'esistenza raccogliendo la sfida del vento e restando sul ponte della nave anche quando infuria il tifone, rifiutando con consapevolezza e lealtà la facile strada della diserzione, della resa e della fuga. Una storia, un'avventura umana e professionale, che sembra molto simile a quella del più grande sognatore della storia della letteratura, quel Don Chisciotte che per salvare il mondo, lancia in resta, si scaglia contro i mulini a vento, finendo regolarmente a gambe levate, ma sempre pronto a rialzarsi e a provarci ancora e di nuovo, ancora una volta...sempre!
Zeman, poi, dall'inferno al paradiso e ci sono voluti quasi dieci anni: dall'Avellino nel 2003, quando fece esordire un giovincello dalle gambe storte e dalla corsa da gazzella: Nocerino, al Foggia di Casillo nel 2010, una sorta di revival, che nel calcio come nella vita non funziona mai e che, nel suo caso, rappresentò invece l'eccezione che conferma la regola: non arrivò per un solo punto ai play off ma tirò fuori dal nulla dei ragazzini, destinati a diventare presto dei veri campioni: Laribi, Konè, Sau e Insigne.
Ma lo Zeman vero, quello che affonda gli artigli e lo fa col suo inconfondibile stile, quella gelida espressione e parole spezzate dalle pause, lo ritrova alla penultima del campionato, la partita dell'anno, la partita del suo riscatto e della rivalsa del calcio e e di chi ci crede: quella contro il Torino, all'Adriatico di Pescara. Una giornata di calcio dal sapore epico in un campo di provincia. Una storia da Zeman!
Compie l'ennesimo capolavoro: stravince 3-1 con un gioco scintillante, sfavillante, spumeggiante, un gioco che non lascia scampo al fortissimo Toro di Ventura. Il quale, alla fine, invece di riconoscere per intero i meriti dell'avversario, come gli sarebbe convenuto per rendere meno bruciante l'umiliazione patita sul campo, dice: 'perdere a Pescara ci sta, perché è una buona squadra, ma mi dà fastidio non averla neanche giocata, questa partita'. VERGOGNA! Ma del resto, lo stile, la classe, l'eleganza non si comprano in una boutique di Armani. Nella sua spocchia di allenatore 'arrivato', nella sua boria per la quale non trovo l'aggettivo giusto, invece di sminuire il successo di Zeman, lo esalta, perché se il Toro non è esistito, di chi può essere il merito se non di Zeman e del suo Pescara? Ma, si sa, saper perdere è di quelli bravi, di quelli veramente bravi: e non solo sulla carta e nei curriculum aggiustati e variamente interpretati.
Ed infine, classica ciliegina sulla torta, che regala il primo posto al Pescara, la vittoria finale contro la Nocerina, allenata da un altro mister che non lo 'ama' affatto: Gaetano Auteri. Una vittoria diversa dalle sue solite, perché stentata e forse immeritata e Zeman, che è un cavaliere antico, lo riconosce: 'me l'aspettavo, dopo i tanti, troppi festeggiamenti per la promozione, ma posso mai rimproverarli, questi miei magnifici ragazzi?'.
E noi? Non hai vinto scudetti, coppe e trofei importanti, ma possiamo mai rimproverarti caro amico, caro compagno di sogni e di passioni, caro vecchio amato Zeman?
Abbiamo vinto invece, perchè ci hai reso degli zemaniani, ci hai fatto innamorare di un'idea, di calcio e di vita, che non è un'idea come un'altra...proprio non lo è!
Quella di Zdenek Zeman sembra una favola, una favola moderna, targata ventunesimo secolo ed invece è la conferma di una verità storica, che non tramonta mai, che attraversa mari, monti e valli e alla fine vince. Anzi stravince! Perché se nella vita ci metti talento,se ci metti passione e competenza, se ci metti cuore e vigore, puoi pure prendere degli schiaffi ma poi la verità viene emerge sempre e restituisce ai giusti quel che gli spetta.
Così è stato per Zeman, uomo giusto, questo boemo dagli occhi di ghiaccio e dal cuore caldo come un tizzone ardente, che crede in quello che fa così tenacemente che non si ferma neanche se si trova davanti ad un muro alto come una montagna: cade una, cade due, cade tre volte e si rialza sempre e va sempre avanti sempre, più avanti e altrove e altrove e più lontano...finché non colpisce nel segno, perché lui, checché se ne dica, è un vincitore nato. Vince anche quando i numeri e le statistiche dicono tutto il contrario, vince perchè la sua idea di gioco, vince perchè non bara e non baratta, vince il suo lavoro e la sua passione, vince perchè la sua idea non è un'idea come un'altra ed è invincibile. La sua idea ha un nome e un'identità precisi: Zemanlandia! E non solo sul campo, ma anche nella vita, perché lui è convinto, e se non è il solo poco ci manca, che se hai giocato bene e hai divertito il pubblico, anche se la partita, 'quella' partita, l'hai persa, vincerai le altre. Vincerai, soprattutto, quelle della vita, quelle che contano di più, che contano davvero, perché restano, perchè non svaniscono mai, perchè rivelano quello che sei, la tua identità, la tua lealtà, la tua verità.
E Zeman, quasi al termine della sua lunga, tormentata carriera, la sua partita l'ha vinta, giungendo al suo traguardo più bello, conquistato con la sua squadra forse più bella, che ha praticato il suo gioco più bello: il Pescara, quel Pescara dei 'ragazzini', che nessuno, proprio nessuno, alla vigilia pronosticava tra i favoriti di un anonimo, per me, (che ho seguito solo perchè lui era fra i suoi protagonisti) campionato cadetto.
Lo intervistarono, alla fine dell'ultima partita di campionato, aveva una faccia segnata, anzi solcata dalle rughe: ed ogni ruga era, ed è, una vittoria e quell'ultima contro la Nocerina consacrava come vincitore, giusto sul filo di lana, il suo Pescara sul fortissimo e favorito Torino di Ventura.
Faccia solcata dalle rughe ho detto, ed ogni riga era una vittoria proprio come ogni cicatrice, canta Jovanotti, è un autografo di Dio. Ed io che ne ho una di oltre 100 punti sull'addome, in Dio non ci credo, ma nelle vittorie di Zeman sì, con tutto me stesso!
E' il destino dei 'diversi' e chi lo è più di Zeman: diverso per il suo modo di allenare, diverso per il suo modo di vivere la panchina, diverso per il suo modo di pensare e, soprattutto, diverso per il suo modo di parlare, di dire quello che pensa, nel bene e ancor di più nel male. Pur sapendo che questo potrebbe rovinargli la carriera e la vita, perché lottare da solo contro i giganti - Davide che sconfigge Golia non fa testo - la vita prima o poi te la rovina. E spesso senza possibilità di ritorno. Com'è stato fino a ieri, anzi, ieri l'altro, anche per lui, che dopo quella fatidica estate del '98, quando denunciò 'l'abuso di farmaci nel calcio', sollevando un vespaio senza fine (Guariniello e i suoi chirurgici processi, per lo più finiti in prescrizione, come accade spesso in Italia se i processi riguardano 'certi' personaggi, non solo del calcio e nel calcio!). Sollevando, soprattutto, l'ira funesta di quel tale Moggi, originariamente ferroviere da Monticiano, e di quella Juventus Signora di Torino, ovvero del re e della regina del calcio italiano d'allora.
Risultato? Zeman sbattuto via dal calcio vero come un fallito, Zeman che va ad allenare dove può, perfino in C, perché lui non ne può farne a meno, perchè il prato verde è la sua vita, Zeman a spasso, che non sa come passare le domeniche, Zeman che soffre in silenzio e parla solo al processo di 'Calciopoli' con quella sua voce spezzata, quelle sue pause, quel suo ghigno beffardo: gli avvocati di Moggi e Giraudo lo tempestano di domande ma lui non batte ciglio, risponde freddo e glaciale ma ogni parola che dice è una freccia al curaro, un fendente affilato che fa male e taglia netto. E così cresce a dismisura l'odio dell'ex d.g juventino per questo 'uomo venuto dall'Est', che ha le sue idee fisse, i suoi principi, e si batte per essi e non deflette mai, impavido e orgoglioso. Lui lo sa, lo sa bene che attaccare i cosiddetti metodi della Juve e del suo mentore è rischioso ma va avanti e non si ferma, perché se il calcio, che è la vita sua, il suo amore e i suo destino, è in pericolo e lui può fare qualcosa per salvarlo, lui non esita un istante e si butta a capofitto nell'impresa e nella lotta. Mi ricorda il 'buon combattimento' di cui parla San Paolo Apostolo (riesce persino a farmi riferire al Vangelo, ateo radicale come sono!), ossia il dovere di dar senso all'esistenza raccogliendo la sfida del vento e restando sul ponte della nave anche quando infuria il tifone, rifiutando con consapevolezza e lealtà la facile strada della diserzione, della resa e della fuga. Una storia, un'avventura umana e professionale, che sembra molto simile a quella del più grande sognatore della storia della letteratura, quel Don Chisciotte che per salvare il mondo, lancia in resta, si scaglia contro i mulini a vento, finendo regolarmente a gambe levate, ma sempre pronto a rialzarsi e a provarci ancora e di nuovo, ancora una volta...sempre!
Zeman, poi, dall'inferno al paradiso e ci sono voluti quasi dieci anni: dall'Avellino nel 2003, quando fece esordire un giovincello dalle gambe storte e dalla corsa da gazzella: Nocerino, al Foggia di Casillo nel 2010, una sorta di revival, che nel calcio come nella vita non funziona mai e che, nel suo caso, rappresentò invece l'eccezione che conferma la regola: non arrivò per un solo punto ai play off ma tirò fuori dal nulla dei ragazzini, destinati a diventare presto dei veri campioni: Laribi, Konè, Sau e Insigne.
Ma lo Zeman vero, quello che affonda gli artigli e lo fa col suo inconfondibile stile, quella gelida espressione e parole spezzate dalle pause, lo ritrova alla penultima del campionato, la partita dell'anno, la partita del suo riscatto e della rivalsa del calcio e e di chi ci crede: quella contro il Torino, all'Adriatico di Pescara. Una giornata di calcio dal sapore epico in un campo di provincia. Una storia da Zeman!
Compie l'ennesimo capolavoro: stravince 3-1 con un gioco scintillante, sfavillante, spumeggiante, un gioco che non lascia scampo al fortissimo Toro di Ventura. Il quale, alla fine, invece di riconoscere per intero i meriti dell'avversario, come gli sarebbe convenuto per rendere meno bruciante l'umiliazione patita sul campo, dice: 'perdere a Pescara ci sta, perché è una buona squadra, ma mi dà fastidio non averla neanche giocata, questa partita'. VERGOGNA! Ma del resto, lo stile, la classe, l'eleganza non si comprano in una boutique di Armani. Nella sua spocchia di allenatore 'arrivato', nella sua boria per la quale non trovo l'aggettivo giusto, invece di sminuire il successo di Zeman, lo esalta, perché se il Toro non è esistito, di chi può essere il merito se non di Zeman e del suo Pescara? Ma, si sa, saper perdere è di quelli bravi, di quelli veramente bravi: e non solo sulla carta e nei curriculum aggiustati e variamente interpretati.
Ed infine, classica ciliegina sulla torta, che regala il primo posto al Pescara, la vittoria finale contro la Nocerina, allenata da un altro mister che non lo 'ama' affatto: Gaetano Auteri. Una vittoria diversa dalle sue solite, perché stentata e forse immeritata e Zeman, che è un cavaliere antico, lo riconosce: 'me l'aspettavo, dopo i tanti, troppi festeggiamenti per la promozione, ma posso mai rimproverarli, questi miei magnifici ragazzi?'.
E noi? Non hai vinto scudetti, coppe e trofei importanti, ma possiamo mai rimproverarti caro amico, caro compagno di sogni e di passioni, caro vecchio amato Zeman?
Abbiamo vinto invece, perchè ci hai reso degli zemaniani, ci hai fatto innamorare di un'idea, di calcio e di vita, che non è un'idea come un'altra...proprio non lo è!

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