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venerdì 15 febbraio 2013

L' utopia di Zeman


di Emanuele Giulianelli

Fine dei giochi. Fine del sogno.Zeman1a
Sì, perché il gioco di Zeman è un sogno: anzi, come dicono i suoi detrattori, un’utopia.
Utopia è un non luogo, o meglio è il luogo che esiste solo nell’immaginazione: così meraviglioso da non poter trovare riscontro nella realtà. Ma Zemanlandia è esistita, intendendo quel luogo fisico nella Daunia che gli umani chiamano Foggia, dove l’allenatore ceco ha portato un calcio che non si pensava fosse realizzabile. E lo ha fatto ad alti livelli. Rambaudi, Baiano, Signori: nomi che rimangono nella storia del calcio italiano, il portiere Franco Mancini, Dan Petrescu o Igor Shalimov, Stroppa, Picasso, Onofrio Barone e tanti altri, hanno mostrato all’Italia intera che un modo diverso di giocare a calcio era possibile.
Proprio la frase che ha utilizzato Sabatini mercoledì in conferenza stampa, riferendosi alla prima assoluta della difesa a tre zemaniana in quel di Firenze: esiste un altro calcio. Solo che lo ha detto per criticare il gioco del tecnico boemo, non per elogiarlo.
Il tempo è scaduto. Di nuovo l’utopia e la mancata realizzazione di un sogno che non ha più posto nel mondo reale. Sì, c’è stata la parentesi di Pescara dello scorso anno, che ha fatto credere alla dirigenza giallorossa, amante dell’irriverenza e della spregiudicatezza, che fosse giunto il momento in cui l’assurdo potesse diventare vincente. Già, perché Zeman, come dicono, non ha mai vinto nulla.
Come se portare in A il Foggia non fosse vincere. O vincere la C2 a Licata fosse un gioco da ragazzi.
Non è più il tempo e ora mi è chiaro che non avrebbe dovuto esserlo mai più: neanche l’estate scorsa quando le lacrime di Genova hanno fatto decidere al duo Baldini-Sabatini di puntare sul boemo per guidare la nuova Roma del post-Luis Enrique. Perché le minestre riscaldate non sono saporite: avrei dovuto saperlo prima; e loro con me, Zeman compreso.
Perché non ha più senso a Roma rinverdire passati di gloria e vittorie: è proprio in nome di vetusti trionfi e di una grandezza che ormai si perde nei secoli indietro che la città, di cui la squadra è uno specchio fedele, non progredisce. Che ci importa se ormai il traffico ci divora, se il degrado pervade gran parte delle strade,se i marciapiedi del centro storico sono pieni di sporcizie come spettacolo offerto agli occhi dei turisti: tanto noi abbiamo avuto l’impero! L’impero, Roma, il gladiatore: niente di nuovo, anzi la scusa nella quale ci culliamo e giustifichiamo la nostra carenza di crescita e di progresso.
Così Zeman: il passato che volevamo tornasse, il gioco bello che ci ha fatto spellare le mani che avremmo voluto vincente; film già visto, nuovo errore.
Mi rendo conto che il tempo è passato, i calciatori non sono gli stessi, i tifosi neanche. Né, tantomeno, il Presidente.
La legge che vige è quella del sentito dire e del turbillon di radio nelle quali ognuno conosce fatti privati di calciatori e li racconta con un “ti faccio sapere io come stanno le cose”, nelle quali lo sputtanamento in nome di qualcosa che si è sentito dire da un amico di un amico che conosce un amico diventa verità. E lo spogliatoio diventa ring o bordello a seconda di chi ascoltiamo.
Meglio l’utopia, un posto che non può esserci nella realtà, se la realtà è questa.
Una realtà in cui non c’è più posto per Zeman: lo dice uno zemaniano.

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